
Arbeit macht frei, siamo tutti uomini liberi, ma qualcuno è più libero degli altri.
La sentenza del 31/05/2011del tribunale di Genova sancisce la legittimità per un datore di lavore di retribuire un dipendente gettando la busta paga sul tavolo o utilizzando un sacchetto di monetine.
Non è una storia delle risaie di inizio ‘900, ma quanto accaduto ad una donna di Sanremo, impiegata in un’ agenzia viaggi con contratto di lavoro subordinato.
Dopo aver chiesto una regolarizzazione contrattuale la dipendente ha cominciato ad essere trattata in maniera quantomeno anomala, il suo datore di lavoro al momento della retribuzione le buttava la busta paga sulla scrivania o le offriva un sacchetto di monetine.
La Cassazione ha dichiarato che il comportamento del datore di lavoro non è imputabile come reato di mobbing, in quanto sporadico, si commette un illecito quando le azioni sono reiterate e dunque designabili come vessatorie.
Lungi dal discutere l’ operato della magistratura, la questione potrebbe assumere toni morali, senza cadere nel moralismo. La logica del caporalato, la legge darwiniana del più forte sembrano essere essere dominanti e cosa ancora più grave sono premianti, in un sistema nel quale se non sei furbo e spietato sei destinato a soccombere.
Il lavoro rende liberi? Resta un dubbio. Di sicuro, la dignità viene messa a dura prova, giorno dopo giorno, creando l’ assioma per il quale se non sei nessuno allora ti conviene tacere. Che libertà ci può mai essere nel silenzio? In una società in cui avere il proprio stipendio è sinonimo di fortuna, si può soprassedere anche se il denaro si dovesse ritirare in un bidone della spazzatura, sempre soldi sono.

